I fondi Pnrr per la rimozione delle barriere fisiche e cognitive hanno generato nei luoghi della cultura
un virtuoso effetto a cascata. I 1.128 interventi finanziati hanno attivato un processo continuo di
miglioramento orientato alla coprogettazione e all’ascolto, consolidando il Sistema museale
nazionale. Le esperienze presentate a Roma in un convegno hanno evidenziato la nuova rotta, a partire
da un lessico che corrisponde a nuovo pensiero. Il rapido approssimarsi del 2030 – che
nell’immaginario collettivo coincide con il bilancio dell’Agenda ONU – ha acquisito un ulteriore
obiettivo, ovvero il termine individuato dall’Unione Europea per l’attuazione dello European
Accessibility Act, la direttiva che – nel quadro della Strategia europea per i diritti delle persone con
disabilità (2021/2030) – impegna i paesi membri a garantire pieno e consapevole utilizzo dei servizi
digitali essenziali.
Per l’Italia e per gli altri Paesi europei, vengono così a coincidere la verifica dell’impegno
concretamente profuso nella riduzione degli sprechi e delle risorse energetiche e l’adeguamento di
aziende ed enti pubblici a una ulteriore normativa europea per la tutela di ogni tipo di fragilità ,
isolamento e svantaggio economico- sociale.
In questo fermento giuridico e valoriale, si colloca il confronto incoraggiato dalla Direzione Generale
Musei del Ministero della Cultura sui progetti sviluppati da musei, archivi e biblioteche nell’arco
temporale 20212026 grazie ai finanziamenti Pnrr.
Un convegno svoltosi a Roma il 22 e il 23 giugno scorsi presso l’Istituto Centrale della Grafica e il
Museo Maxxi ne ha restituito, su iniziativa della stessa Direzione Generale, una panoramica ampia e
stimolante: realtà più o meno conosciute hanno lavorato per la risoluzione di bisogni specifici,
fortemente localizzati, dunque orientati a risolvere problemi oggettivi che sarebbe stato arduo
affrontare attraverso un finanziamento deciso dall’alto.
Le linee di finanziamento, pari a 300 milioni di euro ciascuna, hanno sostenuto proposte orientate su
due canali paralleli: la rimozione delle barriere fisiche e cognitive per consentire ampio accesso e
partecipazione alla cultura e l’efficientamento energetico di musei, cinema e teatri.
Sostenibilità e accessibilità sono stati intesi come fattori convergenti, moltiplicatori generativi di
processi di miglioramento integrati divenuti indispensabili per le democrazie moderne.
é significativo che questo grande cantiere di lavoro si sia svolto in buona parte nel contesto delle
realtà museali: spazi che nel dibattito internazionale sull’accessibilità sono divenuti emblematici
perché strettamente legati all’esercizio della cittadinanza e alla partecipazione di pubblici diversificati.
Ne sono testimonianza, accanto alla nuova definizione di museo adottata dall’Icom (International
Council of Museums) nel 2022, le direttive europee sul rapporto tra cultura e democrazia, ma
soprattutto le tante iniziative espositive, i riallestimenti, le sperimentazioni che i musei hanno avviato
in tanti paesi del mondo e che anche l’Italia ha recepito e accompagnato con linee guida e documenti
di riferimento.
Riconoscere valore strategico all’esperienza di visita in condizioni di benessere e consapevolezza
significa assumere il principio universale del diritto alla cultura, un valore fondativo della nostra
Costituzione (artt.
3 e 9) che trova riscontro nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e in una quantità di
carte internazionali, tra le quali spicca la Convenzione del Consiglio d’Europa sul valore del
patrimonio culturale per la società , meglio nota come Convenzione di Faro.
Un museo sostenibile è un luogo godibile a tutti gli effetti, capace di riformulare i propri percorsi e
di renderli agevoli e percorribili, comprensibili e chiari, in armonia con l’ambiente che lo circonda,
rispettoso del territorio: un luogo che non esclude e che considera l’accessibilità non come soluzione
a uno specifico problema (per esempio l’attenzione a una particolare disabilità ), ma come processo
continuo di miglioramento orientato alla coprogettazione e all’ascolto.
Potrebbe apparire tutto come pericolosamente teorico, espressione di un
disgiunto dal , ma sono i dati in questo caso a dare conforto: per la linea di finanziamento
sull’accessibilità sono stati condotti 1.128 interventi, finanziati in 797 luoghi della cultura di cui 496
statali, 257 pubblici non statali e 44 privati; per la linea relativa all’effi-cientamento energetico (della
quale 100 milioni destinati ai soli musei) è stato possibile realizzare 131 interventi in 126 spazi di
pertinenza statale.
Al di là del risultato complessivo, che registra un netto superamento del ritardo in cui versavano tanti
luoghi della cultura del nostro Paese, nei quali il tema dell’accessibilità fisica è spesso aggravato dai
vincoli strutturali degli edifici storici, il percorso del Pnrr ha favorito il progressivo assestarsi di una
comunità professionale tradizionalmente minata tanto dall’autoreferenzialità quanto dalla
frammentarietà del nostro patrimonio culturale: una geografia articolatissima, che si compone di siti
archeologici, monumenti, collezioni storiche, edifici identitari, ma anche di piccoli gioielli da scoprire
e valorizzare.
Si è così venuta a creare una sorta di corrispondenza tra l’attuazione del Pnrr, di cui la DG Musei
guidata da Massimo Osanna è stata soggetto attuatore, e il consolidamento del Sistema Museale
Nazionale, volto a definire un’organizzazione coerente e interconnessa dei nostri luoghi espositivi,
riconoscibile in modo unitario (un vero e proprio , organico e riconoscibile) ma anche
rispondente, pur nelle tante diversità che caratterizzano ciascuna istituzione, a standard minimi (i
cosiddetti
che ciascun museo deve conseguire per ricevere
l’accreditamento ufficiale del Ministero).
Un segnale potente del cambiamento di rotta lo offre il lessico che ricorre nei documenti attuativi dei
progetti sull’accessibilità : un vocabolario decisamente aggiornato rispetto al dibattito scientifico sulle
pratiche inclusive e partecipative.
Si prediligono parole come
(in alternativa alla fruizione), di
(come approccio che facilita la relazione tra il visitatore e i materiali esposti,
ispirando empatia e consapevolezza) e di (letteralmente , per
indicare modalità efficaci per orientare il pubblico, scongiurando il senso di smarrimento che spesso
ci assale quando entriamo in uno spazio espositivo).
Si tratta di processi aperti, che di volta in volta si piegano alle necessità dei cittadini: piattaforme
digitali, adattamenti analogici, percorsi agevolati, linguaggi alternativi.
Si diviene artigiani del percorso espositivo, che si conforma – traendone arricchimento – alle
necessità dei visitatori.
Si afferma una nuova stagione per i musei italiani, finalmente incoraggiati a muoversi come
dinamico e diversificato, ma potenzialmente coeso.
Un terreno di lavoro che introduce (finalmente!) il concetto di armonizzazione tra la tutela del
patrimonio e la vera valorizzazione, intesa come qualità dell’esperienza offerta ai nostri pubblici:
concentrarsi sull’accessibilità equivale, di per sé, a escludere la semplice bigliettazione come misura
privilegiata del successo di un museo.
Al contrario, si vuole andare incontro al bisogno del singolo, al suo immaginario, al suo personale
bagaglio di desideri ed emozioni.
Un antidoto sensato e
contro la drammatica deriva dell’overtourism che,
letteralmente, strangola alcune nostre città , strappando il legame tra abitanti e patrimonio; ma anche
un segnale politico incoraggiante che sembra rispondere a chi, dall’altra parte dell’Atlantico, ha
smantellato le politiche DEI (Diversity, Equity and Inclusion).
La campagna promozionale che, nel quadro del Pnrr, ha promosso la App Musei Italiani si intitola
e offre un’immagine travolgente, anticonvenzionale, del museo come spazio di libertà e
di condivisione: una funambolica rappresentazione del auspicato da un grande
padre della museologia del ‘900, Henri Focillon, per il quale il museo dovrebbe essere, più di ogni
altra cosa, un luogo dove sognare ed essere sere, più di ogni
altra cosa, un luogo dove sognare ed essere felici.
Fonte: Avvenire del 12 luglio 2026
